Martedi, 19 Giugno 2018
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La crisi politica italiana ha avuto importanti conseguenze, diventando una slavina che travolge BTP e borsa italiana: lo spread, dopo aver superato quota 300bp, rientra in seguito alla formazione di un esecutivo politico a guida M5s-Lega. In assenza di un cambio di rotta da parte della politica italiana, l’Italia non può contare sulla solidarietà di altri paesi e istituzioni comunitarie come la BCE.

Il quadro macroeconomico segnala un nuovo deterioramento macro in Europa, a fronte di dati USA che si confermano solidi nella creazione di posti di lavori e indicatori prospettici di crescita. I rendimenti sul decennale USA dovrebbero quindi stabilizzarsi intorno al 3%, in assenza di sorprese provenienti da prezzi delle materie prime.
Il meeting della FED di inizio giugno, scontato il rialzo dei tassi d’interesse di 25 punti base, potrebbe però offrire l’indicazione di un rialzo aggiuntivo oltre a quelli già indicati (4 totali nel 2018) motivato da un’economia che viaggia su ritmi di crescita superiori al 4% sul secondo trimestre. Draghi nel corso dell’ultima riunione della BCE è riuscito a tirar fuori l’ultima colomba da un cappello di sorprese di politica monetaria ormai vuoto.
La decisione di concludere il programma a fine 2018 dopo 3 mesi di acquisti da €15miliardi/mese era prevista, tuttavia, il riferimento all’unanimità della decisione del consiglio direttivo e l’enfasi riposta nel sottolineare che il primo rialzo dei tassi avverrà dopo la fine dell’estate del 2019 ha rassicurato gli investitori a reddito fisso.
STRATEGIA
Sul fronte azionario manteniamo un atteggiamento prudenziale su asset europei in quanto riteniamo che le turbolenze politiche italiane debbano ancora essere tradotte in premi di rischio più elevati. Pensiamo che la fase di rafforzamento tattico del dollaro sia prossima ad esaurimento, pertanto torniamo ad avere una visione positiva sui mercati emergenti (a partire dalla Cina). Per quanto riguarda la composizione settoriale privilegiamo finanziari, energia e healthcare, e preferiamo le small cap USA alle large cap.

di Andrea Delitala, Head of Investment Advisory di Pictet Asset Management e Marco Piersimoni, Senior Portfolio Manager di Pictet Asset Management

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Di seguito pubblichiamo il “Weekly Market Review” a cura di Amundi. Questa settimana si terranno due eventi importanti e lungamente attesi: la riunione mensile della Fed e quella della BCE. Dopo anni di politiche monetarie ultraaccomodanti, le banche centrali sono ora disposte a ridurre gli stimoli monetari.

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Da qualunque punto di vista la si guardi, la crescita cinese sta rallentando, e in particolare lo sviluppo degli investimenti obbligazionari – come confermato dai dati domestici. I leader cinesi hanno reso prioritarie la riduzione del rischio, la stabilità finanziaria e il contenimento della leva, e il focus è quindi passato da “crescita ad ogni costo” a “crescita di qualità”.

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Il principale risultato della riunione della BCE è stato l'annuncio di una data ultima per la fine del QE: la BCE prevede che gli acquisti netti si arresteranno alla fine di quest'anno. Tuttavia, la decisione non è stata una sorpresa, dopo i suggerimenti dell'economista capo della BCE Peter Praet di due settimane fa.

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Nelle ultime due giornate, abbiamo assistito ad una stretta monetaria globale di notevole entità. La Fed ha alzato i tassi, mentre la BCE ha annunciato il tapering del QE per fine anno. Si tratta di una stretta monetaria non coordinata, ma casuale tra le due aree economiche più grandi al mondo, l'America e l'Europa.

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Giovedì, 14 Giugno 2018 16:33

Fed ottimista diventa più falco sui tassi

Come previsto, la Federal Reserve ha fatto un altro passo sulla strada del restringimento della politica monetaria, con un rialzo di 25 punti base nel target range dei Fed Fund, portandolo a 1,75%-2%. La riunione sarà ricordata per una dichiarazione ottimista sull'economia del Paese,

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La BCE anticipa la decisione e mette la parola fine al piano di acquisti di titoli. Il QE terminerà a dicembre di quest’anno, con gli acquisti che verranno ridotti, a partire da ottobre, a 15 miliardi di euro dai 30 miliardi di oggi.

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Come previsto, questa settimana la Fed ha aumentato i tassi chiave per la seconda volta quest'anno. Il rialzo ampiamente anticipato è legato alla florida salute dell’economia statunitense. Con una crescita nel secondo trimestre prevista al 3%, un tasso di disoccupazione ai minimi e un'inflazione ancora prossima al 2%, la “regola di Taylor” stima i tassi di riferimento ottimali al 5%, ben lontano quindi dall'attuale 2%.

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L'oro ha scambiato oscillando fra due forze opposte: da un lato, la possibilità di aumentare i tassi di interesse globale ribassista per i prezzi dell'oro, e, dall'altro, le preoccupazioni per le sanzioni commerciali degli Stati Uniti contro la Cina, i paesi NAFTA e l'UE, nonché per l'esito del vertice USA-Corea del Nord sulla denuclearizzazione.

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Si tratta chiaramente di una settimana chiave, principalmente in ragione delle riunioni delle banche centrali (FED, BCE e BOJ), a cui si aggiunge la release di un importante set di dati macroeconomici e le scadenze tecniche sui mercati derivati.

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